Museo Civico di Leonessa (Ri)   -   (+39) 0746-923212

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Friday, 28 July 2017 13:28

Mestoli e ramaioli

Ramaiolo per attingere (rammèlla).
Appeso a un manico della conca, o adagiato a galleggiare sull’acqua, vi era il ramaiolo usato sia per bere che per attingere. Di rame, con manico in ferro desinente a forma di gancio, il manière era munito di uno o due beccucci, in quest’ultimo caso, per essere impugnato agevolmente anche dai mancini.

 

Mestolo da attingere, ramaiolo – rammèlla (n. i. 116)

provenienza: Ocre (Leonessa)
materiale: rame stagnato all’interno, manico in ferro ripiegato all’estremità, spianato a martello e fissato al mestolo con tre rivetti
descrizione: il mestolo è munito di due beccucci in modo da poter essere usato sia con la mano destra che con la sinistra
misure: l. tot. 42, 3; mestolo: diam. 12 (esclusi beccucci) e diam. 9; h. cm. 6,8; manico in ferro: l. cm. 32 (fino all’attacco al mestolo) lg. cm. 2, spess. mm. 4
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: dono di Augusto Ciaglia

anno: 2007

Secondo un’antica tradizione, quando, al mattino, il ramaiolo che era stato lasciato poggiato sulla superficie dell’acqua si ritrovava affondato nella conca, si interpretava il fatto come un avvertimento da parte delle anime dei defunti bisognosi di suffragio. Il tema mitico della sete dei morti è presente già dall’antichità nella cultura greca e romana.

 

Ramaiolo. Dalla frazione di Ocre: l. cm. 42,3; diam. cm. 14 e cm. 11,3. Collezione privata

 

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Friday, 28 July 2017 13:20

Recipienti per liquidi e solidi

Conca da acqua (la conca).

La conca in rame serviva al trasporto dell’acqua dal fontanile, o dal pozzo, alla casa. Veniva portata in equilibrio sulla testa appoggiandola su un cercine (ròccia) ottenuto arrotolando strisce di stoffa. La forma a clessidra –“conca a bicchiere”, o “conca a vaso”– è più moderna dell’antica conca abruzzese, anch’essa a due manici, dalle pareti appena rastremate (“conca tonda”). Come in questo esemplare, la conca poteva essere decorata mediante incisioni.

 

Conca – conca (n. i. 117)

provenienza: Ocre (Leonessa)
materiale: rame stagnato all’interno, manici in rame
descrizione: brocca di tipo abruzzese,  interamente in rame  compresi  i manici a piattina fissati con rivetti di rame; il labbro è saldato al corpo; a un terzo dall’orlo, il diametro si restringe per poi allargarsi fino a raggiungere la misura del diametro della bocca, a una decina di centimetri dalla base si restringe di nuovo. Base concava. Il corpo della brocca è decorato a sbalzo da segmenti a zigzag affiancati da punti. L’orlo è rinforzato tutt’intorno da una piattina di rame alta cm. 2, fissata al labbro da rivetti, sulla quale è stato ribattuto per alcuni millimetri
misure: h. cm. 29;  diam. alla bocca cm. 31,6 diam. alla base del labbro cm. 19,6; orlo: h. cm. 9
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: acquistata a Stefano Marchetti

anno: 2009

Conca. Diam. alla bocca cm. 53; h. cm. 30. Ocre S. Paolo. Collezione privata

 

Conca di rame. In questa tipologia, la parte inferiore dei due manici non è fissata al corpo della conca. Diam. alla bocca cm. 30, h. cm, 30,2. Ocre S. Pietro. Collezione privata    

 

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Friday, 28 July 2017 13:18

Raschiamadia

Raschiamadia.

Per ripulire dai residui di farina e pasta il piano di lavoro interno alla madia, si usava una sorta di raschietto di ferro (rasóra) formato da una lamina piegata a gomito munita di un manico, in genere lavorato a tortiglione, desinente in un gancio per appendere l’attrezzo.
Oltre a questo uso, il raschiamadia era anche usato per tracciare sul pane appena preparato il segno della croce a fini apotropaici nei confronti dell’invidia e del “malocchio”.

Nella foto raschiamadia da Ocre S. Pietro: h. cm. 15,2 lg. max. cm. 9.
Collezione privata

 

 

 

 

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Wednesday, 26 July 2017 20:28

Mobili della cucina

I mobili della cucina.

La cucina della casa rurale era dotata di pochi mobili, tutti funzionali alle attività riguardanti la custodia, la preparazione, la cottura e il consumo dei cibi. Nell’architettura rurale era molto diffuso l’uso di adibire a  credenza delle nicchie aperte nella parete, fornite di mensole e, magari, chiuse da una tenda.

 

L’arca da grano (arcone).

La provvista di grano ad uso famigliare era custodita in uno speciale mobile, detto “arcone”, formato da una serie di tavole sovrapposte a incastro infilate in quattro montanti quadrangolari scanalati sui due lati interni. Le tavole erano fissate ai montanti mediante cavicchie di legno (zéppe). Fuoriuscendo in basso dal corpo del mobile, i montanti formavano i piedi alti circa 40 cm. Nella parte superiore, l’arcone era munito di un coperchio centrale sollevabile fornito di chiusura frontale a cerniera e occhiello. In basso, sul davanti, l’arcone era munito di un’apertura (bocchétta) rastremata in basso, chiusa da una tavoletta che scorreva tra due guide convergenti in basso. Sollevando più o meno la tavoletta, si erogava la quantità di grano desiderata. Quasi sempre, all’interno del mobile, vi erano uno o due bastoni in legno, fissati alla parete frontale e a quella posteriore, ai quali venivano appesi formaggi per permettere una stagionatura dolce e per difenderli dai topi. A volte, il formaggio lo si adagiava sul grano. Data la grandezza del mobile – variabile, a seconda della consistenza del nucleo famigliare tra i due e gli oltre tre metri di lunghezza, con un’altezza compresa tra m. 1,30 ca. e m. 2 ca. – il criterio modulare di costruzione permetteva di montarlo in situ senza inconvenienti per il trasporto. Per la costruzione dell’arcone si preferiva il legno di cerro, usato per le tavole, e il faggio per i montanti. In alcuni esemplari, tiranti in ferro assicuravano una migliore tenuta delle fiancate maggiori. L’arcone, a causa dell’ingombro, non sempre era situato nella cucina ma poteva essere alloggiato nella dispensa.

La forma più antica di arcone era ricavata da un grosso tronco d’albero scavato all’interno, disposto verticalmente e munito nella parte superiore di un coperchio in legno. Questa era certamente la forma originaria di questo deposito per grani la quale rinvia a tempi lontanissimi, quando anche per le sepolture si scavavano tronchi d’albero perché servirssero da bara (esemplari notevoli sono conservati nel Museo Archeologico di Terni). Gli arconi monoxili sono del tutto scomparsi dal nostro territorio. Si ha notizia di un ultimo esemplare superstite conservato nella frazione di Terzone.

 

            

 

Arca per grano – arcone (n. i. 56)

provenienza: Ocre (Leonessa)
materiale: legno di faggio (montanti); cerro (doghe); ferro (tiranti)
descrizione: l’arcone è costruito con quattro robusti regoli, posti verticalmente ai quattro angoli, a servire da supporto alle tavole (6 per ogni lato) che compongono le fiancate. Le tavole scorrono in due alloggiamenti praticati verticalmente in ognuno dei regoli, disposti a formare un angolo di 90° in modo da alloggiare ciascuno le estremità delle assi che compongono due fiancate contigue. La parte superiore  è chiusa da tavole e munita di un coperchio centrale apribile, incernierato sul retro. Nella parte anteriore, il coperchio è munito di un’assicella che, agganciando la fiancata anteriore, permette la tenuta impedendo ai ratti d’introdursi all’interno. Il coperchio è munito di chiusura. In questo esemplare, datato agli anni Trenta del ‘900, la tenuta è assicurata da quattro tiranti metallici muniti di dadi. Sul davanti, al centro della fiancata e in basso, vi è l’apertura (bocchétta) per l’estrazione del grano formata da un’assicella rastremata in basso che scorre tra due guide laterali disposte a V
misure: h. tot. cm. 166; h. senza piedi cm. 140; lg. cm. 164,5; tavole : spess. cm. 2,5; piedritti: cm. 8 x cm. 8; coperchio: cm. 90,5 x cm. 76,7; misure interne (spazio immagazzinabile) cm. 156 x cm. 8 2,5 x cm. 130,5 pari a m³ 1.679
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: dono di Modesto Marchetti

anno: 2005
bibliografia: Scheuermeier 1996, I: 144 (“cassone”)

 

 

La madia (l’arca).
La madia era usata per preparare il pane, conservarlo e custodirvi il lievito. Il piano da lavoro, all’interno del mobile, era accessibile sollevando il coperchio superiore. La tavoletta frontale ribaltabile agevolava l’operazione d’impasto della massa. Allo stesso scopo serviva l’aggetto frontale del mobile.
La preparazione del pane, componente essenziale dell’alimentazione rurale, era soggetta a una serie di precauzioni rituali: sulla pagnotta, una volta impastata, s’incideva una croce usando il coltello o il raschietto di ferro (la rasóra) al fine di proteggere la massa da possibili influenze nefaste (la ‘mmidia; l’ócchiu) durante la delicata fase della lievitazione. Al medesimo fine, si usava anche invocare s. Martino da Tours “santo dell’abbondanza” e, a volte, una sua immagine era posta all’interno del coperchio. Quando s’incontrava una donna intenta a preparare il pane, era mostra di riguardo salutarla con le parole: “San Martinu te ll’accresca”. L’augurio avrebbe anche preservato la massa dalle perniciose conseguenze del malocchio come, ad esempio, una mancata o insufficiente lievitazione.

Per la preparazione del lievito-madre, si preferiva attendere la fase crescente della luna il cui rinnovato potere avrebbe agito incrementando l’energia fermentante del lievito.

La madia era usata anche per la cura dei neonati “allupiti”, o “allupati”: figli di una donna che, quand’era incinta, s’era cibata di carni di animali uccisi dal lupo. Il bimbo “allupitu” era colto da accessi furiosi, si graffiava, gridava, mordeva i capezzoli della madre, non riusciva a prender sonno. Per curarlo, lo si adagiava sul piano della madia insieme al pane appena sfornato la cui fragranza avrebbe distrutto il “veleno” inoculato dal lupo. Allo stesso scopo si usava anche esporre il bimbo alla bocca del forno mentre il pane cuoceva. Il rito terapeutico si fondava sulla sacralità del pane, cui fu conferita la dignità di sostituto del corpo di Cristo, e anche sulla sua valenza simbolica di conquista eccellente del lavoro agricolo e della civiltà sedentaria, opposta all’attività predatrice del lupo e al suo habitat selvaggio. L’invenzione dell’agricoltura, infatti, permise all’uomo di abbandonare il nomadismo legato all’attività di caccia e raccolta.

Madia arca (n. i. 260)

provenienza: Trognano (Cascia)
materiale: legno
descrizione: madia da pane costruita a Leonessa agli inizi degli anni ’40 da Domenico Falconi; trasferita a Trognano e usata da Alda Di Carlo, madre del donatore. La madia si compone di un corpo inferiore munito di due sportelli apribili entrambi verso l’esterno e di un corpo superiore, al cui interno s’impastava la massa per il pane. Il corpo superiore, in alto, aggetta verso l’esterno ed è chiuso da un coperchio superiore, munito di due cerniere, che si apre verso l’alto.
misure: l. cm. 114; lg. cm. 59; lg. alla base del corpo superiore cm. 53; h. cm. 92,5
acquisizione: dono della famiglia Di Carlo
stato di conservazione: ottimo

anno: 2016

 

Tra le madie più antiche e celebri di Leonessa vi è quella usata dalle monache dell’ex-Convento delle Clarisse, oggi custodita nel Convento dei Frati Minori. A questo mobile, risalente al XVIII sec., la fede popolare attribuisce un miracolo: in un’epoca di assoluta povertà, un filone di pane conservato nella madia, una volta tagliato, sarebbe tornato intatto. Questo tipo di madia non era usato per preparare il pane ma solo per custodirlo una volta cotto.   

 

Antica madia dal Convento delle Monache Clarisse di Leonessa 
(oggi nel Convento dei PP. Cappuccini di Leonessa)

 

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Wednesday, 26 July 2017 20:26

Fornelli, Ventole e Stufe

Fornelli a carbone.

Il modo tradizionale di cucinare, e il più antico, usava il fuoco del focolare domestico. Più tardi, verso gli inizi del Novecento, si iniziarono a usare cucine fisse alimentate a carbonella. Questo modo di cucinare contravveniva alle rigide norme dell’autarchia: la carbonella, infatti, bisognava comprarla. Carbonaie erano attive sull’altopiano leonessano ma il loro prodotto alimentava soprattutto il circuito commerciale diretto verso le città. La cucina con fornelli a carbone era realizzata in muratura: dotata di alcuni fornelli nella parte superiore, nella parte inferiore presentava l’alloggiamento destinato al combustibile. I fornelli, alloggiati in aperture quadrate, erano di ghisa, avevano forma tronco-piramidale rovesciata e contenevano la carbonella accesa.

 

Ventole per fornelli a carbone.

La tipica ventola per fornello a carbone consisteva in un ventaglio di penne di tacchino ed era munita di manico in legno.

 

Stufa economica.

La stufa economica, sistemata nella cucina, serviva come fonte di calore e, allo stesso tempo, permetteva di cucinare sulle piastre di ghisa di cui era fornita sfruttando il calore prodotto dalla camera di combustione. Questo tipo di stufa, assai diffuso, rispetto al focolare, offriva il vantaggio del minor consumo di legna sia per il riscaldamento che per la cottura dei cibi. Sulla piastra superiore si aprivano aperture circolari di vario diametro da usare come fornelli. Ogni apertura era chiusa da una serie di anelli concentrici asportabili in modo da consentire una minore o maggiore esposizione al fuoco dei recipienti. In un’apposito alloggiamento situato a sinistra della camera di combustione, inoltre, la stufa economica era dotata di una caldaia che manteneva sempre calda l’acqua da usare in cucina. A destra della camera di combustione era allogiato il vano che serviva da forno. In alcune case le stufe economiche sono ancora in uso.

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Wednesday, 26 July 2017 20:21

Panche da focolare

Panche da focolare.

La panca da focolare, in legno, aveva forma leggermente curva per permettere agli occupanti di rimanere a una distanza pressoché equidistante dal fuoco. Ai due estremi, la panca da fuoco era munita di braccioli. Caratteristica di questo mobile era la spalliera molto alta la quale, continuando in basso sotto il sedile fino a toccare il pavimento, permetteva di isolare coloro che vi si sedevano dalla corrente fredda richiamata dal flusso ascensionale dell’aria calda nella cappa. Un vecchio proverbio recitava in proposito: «Lu caminu, denanzi te scalla, deretru te gela». La panca da focolare ovviava il meglio possibile a questo inconveniente, tipico dei camini sprovvisti di retroalimentazione.

 

 

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Wednesday, 26 July 2017 20:16

Recipienti per cucinare

Pentola per la cottura dei legumi (pigna).

Per cuocere i legumi – fave secche, fagioli, ceci, cicerchia – si usava un apposito recipiente panciuto, rastremato in basso, munito di manico fissato alla bocca e alla spalla della pigna. La sera prima di andare a dormire, s’immergeva la parte inferiore della pigna contenete i legumi in ammollo nella cenere sotto la quale covava la brace. Il calore continuo, durante la notte, in recipiente coperto permetteva un’efficace precottura dei legumi. La pigna era, in genere, invetriata all’interno e all’esterno fino alla metà circa del recipiente. 

 

Recipiente per la cottura di cereali e legumipigna (n. i. 210)

provenienza: San Vito (Leonessa)
materiale: terracotta
descrizione: recipiente a forma di  brocca con unica  ansa a  nastro;  profilo rastremato  verso il basso con piede anulare; bordo rilevato contornato, al centro, da una scanalatura.
Invetriatura interna di colore giallastro estesa al bordo con sbavatura all’esterno sulla spalla del recipiente.
misure: h. cm. 16; diam. cm. 20,6; bocca (leggermente ellittica): diam. interno cm. 15,2 e cm. 13,2; ansa: lg. cm. 3 spess. max. mm. 12
acquisizione: dono di Maria Adelaide Di Persio
stato di conservazione: ottimo

anno: 2014
bibliografia: Scheuermeier 1996, II: 18-19, fig. 15

 

Recipiente per la cottura dei cerealipigna (n. i. 257)

provenienza: Campagna Romana
materiale: terracotta
descrizione: corpo globulare rastremato in basso; piede anulare; unica ansa a nastro. Invetriatura nera interna ed esterna fin quasi al piede
misure: diam. max. cm. 18,3; bocca: diam. est. cm. 12,7; piede: diam. cm. 8,8; h. cm. 20,9
acquisizione: dono del Museo di Poggio Mirteto
stato di conservazione: ottimo

anno: 2016

 

Recipiente per la cottura dei cerealipigna (n. i. 258)

provenienza: Monterotondo
materiale: terracotta
descrizione: corpo globulare rastremato in basso; piede anulare; unica ansa a nastro. Invetriatura interna ed esterna; decoraz. dipinta
misure: diam. max. cm. 19,5; bocca: diam. est. cm. 14,7; piede: diam. cm. 10,4; h. cm. 21,7
acquisizione: dono del Museo di Poggio Mirteto
stato di conservazione: ottimo

anno: 2016

 

Pigna.  Dalla Frazione di Villa Bigioni: diam. max. cm 17,6; diam. alla bocca cm. 13,5; h. cm. 17,7. Collezione privata.

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Wednesday, 26 July 2017 14:04

Calderone di rame e paiolo

Calderoni di rame (callari) e grossi paioli.

Calderoni e paioli di rame, di svariate dimensioni, erano costruiti artigianalmente da specialisti locali detti “callarari”. Uno di essi aveva la sua bottega nella cripta dell’ex-Convento di S. Francesco, dove oggi è alloggiata la Mostra Archeologica Permanente del Museo. Il corpo del grande recipiente da fuoco, di un solo pezzo, era in rame battuto; l’orlo superiore era ribattuto a martello attorno a un grande anello di tondino di ferro. Subito sotto l’orlo, due agganci opposti diametralmente e fissati al corpo del recipiente mediante ribattini, permettevano l’alloggiamento del manico del calderone, in tondino di ferro. Le estremità del manico potevano essere ripiegate verso l’alto, o disposte orizzontalmente verso l’esterno. Il corpo di questi recipienti ha profilo troncoconico. L’interno, in genere, era stagnato. Per la stagnatura, si esponeva il recipiente al fuoco fino a quando fosse caldo abbastanza da sciogliere lo stagno, quindi si provvedeva a stendere lo stagno fuso sulle pareti del recipiente usando della stoppa. I calderoni non stagnati erano usati per il lavaggio della lana.
I recipienti in rame usati per la cottura dei cibi facevano parte del corredo di ogni cucina rurale. Immancabile, fra di essi, il capiente calderone (lu callaru) con capienza variabile a seconda dell’uso e del numero dei componenti del nucleo famigliare, perennemente appeso alla catena del focolare per fornire acqua bollente, o calda, da usare nelle varie preparazioni culinarie e mansioni domestiche.

Calderone di rame non stagnato all’interno. In questa tipologia, l’orlo superiore non è ripiegato attorno all’anello di ferro che lo circonda; una piattina di ferro corre tutt’attorno all’orlo del calderone fissata al corpo dello stesso mediante rivetti di rame. Misure: diam. alla bocca cm. 54, h. cm. 40,7. Ocre S. Pietro.
Collezione privata.

 

Calderone di rame – callaru / callarò (n. i. 101)

provenienza
: agro romano (Monterotondo)
materiale: rame, manico in ferro
descrizione: calderone in rame,  non  stagnato all’interno, usato per riscaldare l’acqua destinata alla preparazione della liscivia. Munito  di manico semicircolare  in  ferro piegato all’infuori da ambo i lati per permettere il trasporto. Le attaccaglie che permettono il passaggio e la rotazione del manico sono in rame, fissate al corpo del calderone da rivetti.  L’orlo superiore è ripiegato attorno a un cerchio di tondino di ferro
misure: h. senza manico cm.  46, h. con manico cm. 78,5; diam. max. cm.  63,5, diam. alla base cm. 53; manico: diam. mm. 14
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: dono di Augusta e Ettore Benedetti

anno: 2008
bibliografia: Scheuermeier 1996, I: 37 fig. 92; 38



Paioli di rame.
Recipienti più piccoli, pentole o paioli in rame (callariji) formavano anch’essi parte dell’attrezzatura della massaia rurale. Ovviamente, la disponibilità di recipienti in rame era commisurata alla condizione economica della famiglia. In ogni modo, sia pure limitato a un callaru e a un callariéjiu, l’uso dei recipienti di rame era ovunque diffuso. L’interno dei recipienti era, di norma, stagnato ad eccezione dei paioli usati esclusivamente per bollire l’acqua destinata alla preparazione della liscivia e alla bollitura dei panni più sporchi.

 

 

Paiolo da formaggio – callaru (n. i. 106)

provenienza: Casale dei Frati (Leonessa)
materiale: rame stagnato all’interno, manico in ferro
descrizione: il paiolo è formato da due parti sovrapposte verticalmente unite assieme tramite battitura. Il paiolo da formaggio ha profilo troncoconico
misure: diam. alla bocca cm. 37; diam. alla base cm. 25; h. cm. 35,8; h. (col manico) cm. 55, diam. del bordo cm. 1,7; diam. tondino del manico cm. 1
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: acquistato a Maria Nicoli

anno: 2003

 



Piccolo paiolo – callaréllu / callariju (n. i. 92)

provenienza: Ocre (Leonessa)
materiale: rame stagnato all’interno
descrizione: paiolo  di  forma tronco-conica  munito  di   manico semicircolare  in tondino  di ferro  piegato e assottigliato in punta ad entrambe le estremità passanti in due anelli assicurati con rivetti alle pareti del paiolo. Il bordo del paiolo è ripiegato verso l’esterno su un cerchio interno di ferro. Utilizzato per la cucina quotidiana
misure: h. cm. 22 (senza il manico); diam. est. cm. 28; diam. int. cm. 25,5; diam. alla base cm. 18,5; manico: diam. cm 1
stato di conservazione: buono. Conserva, all’esterno, una spessa patina carboniosa
acquisizione: dono di Stefano Marchetti

anno: 2009

 

Piccolo paiolo callaréllu / callariju (n. i. 212)

provenienza: San Vito (Leonessa)
materiale: rame stagnato all’interno; manico di ferro
descrizione: paiolo in rame stagnato all’interno, profilo leggermente tronco-conico, fondo concavo. Tutt’attorno al bordo corre una fascia formata da strisce di ferro assicurate mediante ribattini. Le due estremità del manico, dal profilo semicircolare, passano in due occhielli assicurati al paiolo da ribattini. Il reperto è coperto, all’esterno, da uno spesso strato di fuliggine. La stagnatura interna è ben conservata
misure: diam. sup. cm. 29; h. cm. 19,5
acquisizione: dono di Maria Adelaide Di Persio
stato di conservazione: ottimo

anno: 2014

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Wednesday, 26 July 2017 13:51

Spiedi

Spiedi  (spidi).


Gli spiedi avevano tutti la medesima forma ed erano ricavati da un tondino di ferro appiattito a caldo, appuntito a un’estremità e, sull’altra, attorto  a formare un manico munito di gancio. La lunghezza dello spiedo variava dai 50 cm. ca. agli 80 cm. ca.
Appoggiato alle apposite sporgenze degli alari o ad altro supporto, lo spiedo veniva fatto girare sulla brace. Come per la graticola, anche l’uso della carne arrostita allo spiedo era riservato specialmente a occasioni festive.

Spiedo – spidone / schidone / schidù’ (n. i. 97)
provenienza: Ocre (Leonessa)
materiale: ferro
descrizione:  spiedo con impugnatura a tortiglione ripiegata in alto in forma di ansa. Lo spiedo corto era detto, in dialetto, “schidu”, quello lungo “schidù’”. Fabbricazione artigianale
misure: l. cm. 80,5; manico: l. cm. 11, lg. max cm. 1, spess. max. mm. 5
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: dono di Augusto Ciaglia

anno: 2007


Spiedo corto. Dalla Frazione di Ocre: l. cm. 43,5. Collezione privata    

 

Dettagli dell’impugnatura di due spiedi dalla Frazione di Ocre. Collezione privata

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