Museo Civico di Leonessa (Ri)   -   (+39) 0746-923212

Wednesday, 26 July 2017 14:04

Calderone di rame e paiolo

Calderoni di rame (callari) e grossi paioli.

Calderoni e paioli di rame, di svariate dimensioni, erano costruiti artigianalmente da specialisti locali detti “callarari”. Uno di essi aveva la sua bottega nella cripta dell’ex-Convento di S. Francesco, dove oggi è alloggiata la Mostra Archeologica Permanente del Museo. Il corpo del grande recipiente da fuoco, di un solo pezzo, era in rame battuto; l’orlo superiore era ribattuto a martello attorno a un grande anello di tondino di ferro. Subito sotto l’orlo, due agganci opposti diametralmente e fissati al corpo del recipiente mediante ribattini, permettevano l’alloggiamento del manico del calderone, in tondino di ferro. Le estremità del manico potevano essere ripiegate verso l’alto, o disposte orizzontalmente verso l’esterno. Il corpo di questi recipienti ha profilo troncoconico. L’interno, in genere, era stagnato. Per la stagnatura, si esponeva il recipiente al fuoco fino a quando fosse caldo abbastanza da sciogliere lo stagno, quindi si provvedeva a stendere lo stagno fuso sulle pareti del recipiente usando della stoppa. I calderoni non stagnati erano usati per il lavaggio della lana.
I recipienti in rame usati per la cottura dei cibi facevano parte del corredo di ogni cucina rurale. Immancabile, fra di essi, il capiente calderone (lu callaru) con capienza variabile a seconda dell’uso e del numero dei componenti del nucleo famigliare, perennemente appeso alla catena del focolare per fornire acqua bollente, o calda, da usare nelle varie preparazioni culinarie e mansioni domestiche.

Calderone di rame non stagnato all’interno. In questa tipologia, l’orlo superiore non è ripiegato attorno all’anello di ferro che lo circonda; una piattina di ferro corre tutt’attorno all’orlo del calderone fissata al corpo dello stesso mediante rivetti di rame. Misure: diam. alla bocca cm. 54, h. cm. 40,7. Ocre S. Pietro.
Collezione privata.

 

Calderone di rame – callaru / callarò (n. i. 101)

provenienza
: agro romano (Monterotondo)
materiale: rame, manico in ferro
descrizione: calderone in rame,  non  stagnato all’interno, usato per riscaldare l’acqua destinata alla preparazione della liscivia. Munito  di manico semicircolare  in  ferro piegato all’infuori da ambo i lati per permettere il trasporto. Le attaccaglie che permettono il passaggio e la rotazione del manico sono in rame, fissate al corpo del calderone da rivetti.  L’orlo superiore è ripiegato attorno a un cerchio di tondino di ferro
misure: h. senza manico cm.  46, h. con manico cm. 78,5; diam. max. cm.  63,5, diam. alla base cm. 53; manico: diam. mm. 14
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: dono di Augusta e Ettore Benedetti

anno: 2008
bibliografia: Scheuermeier 1996, I: 37 fig. 92; 38



Paioli di rame.
Recipienti più piccoli, pentole o paioli in rame (callariji) formavano anch’essi parte dell’attrezzatura della massaia rurale. Ovviamente, la disponibilità di recipienti in rame era commisurata alla condizione economica della famiglia. In ogni modo, sia pure limitato a un callaru e a un callariéjiu, l’uso dei recipienti di rame era ovunque diffuso. L’interno dei recipienti era, di norma, stagnato ad eccezione dei paioli usati esclusivamente per bollire l’acqua destinata alla preparazione della liscivia e alla bollitura dei panni più sporchi.

 

 

Paiolo da formaggio – callaru (n. i. 106)

provenienza: Casale dei Frati (Leonessa)
materiale: rame stagnato all’interno, manico in ferro
descrizione: il paiolo è formato da due parti sovrapposte verticalmente unite assieme tramite battitura. Il paiolo da formaggio ha profilo troncoconico
misure: diam. alla bocca cm. 37; diam. alla base cm. 25; h. cm. 35,8; h. (col manico) cm. 55, diam. del bordo cm. 1,7; diam. tondino del manico cm. 1
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: acquistato a Maria Nicoli

anno: 2003

 



Piccolo paiolo – callaréllu / callariju (n. i. 92)

provenienza: Ocre (Leonessa)
materiale: rame stagnato all’interno
descrizione: paiolo  di  forma tronco-conica  munito  di   manico semicircolare  in tondino  di ferro  piegato e assottigliato in punta ad entrambe le estremità passanti in due anelli assicurati con rivetti alle pareti del paiolo. Il bordo del paiolo è ripiegato verso l’esterno su un cerchio interno di ferro. Utilizzato per la cucina quotidiana
misure: h. cm. 22 (senza il manico); diam. est. cm. 28; diam. int. cm. 25,5; diam. alla base cm. 18,5; manico: diam. cm 1
stato di conservazione: buono. Conserva, all’esterno, una spessa patina carboniosa
acquisizione: dono di Stefano Marchetti

anno: 2009

 

Piccolo paiolo callaréllu / callariju (n. i. 212)

provenienza: San Vito (Leonessa)
materiale: rame stagnato all’interno; manico di ferro
descrizione: paiolo in rame stagnato all’interno, profilo leggermente tronco-conico, fondo concavo. Tutt’attorno al bordo corre una fascia formata da strisce di ferro assicurate mediante ribattini. Le due estremità del manico, dal profilo semicircolare, passano in due occhielli assicurati al paiolo da ribattini. Il reperto è coperto, all’esterno, da uno spesso strato di fuliggine. La stagnatura interna è ben conservata
misure: diam. sup. cm. 29; h. cm. 19,5
acquisizione: dono di Maria Adelaide Di Persio
stato di conservazione: ottimo

anno: 2014

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Wednesday, 26 July 2017 13:51

Spiedi

Spiedi  (spidi).


Gli spiedi avevano tutti la medesima forma ed erano ricavati da un tondino di ferro appiattito a caldo, appuntito a un’estremità e, sull’altra, attorto  a formare un manico munito di gancio. La lunghezza dello spiedo variava dai 50 cm. ca. agli 80 cm. ca.
Appoggiato alle apposite sporgenze degli alari o ad altro supporto, lo spiedo veniva fatto girare sulla brace. Come per la graticola, anche l’uso della carne arrostita allo spiedo era riservato specialmente a occasioni festive.

Spiedo – spidone / schidone / schidù’ (n. i. 97)
provenienza: Ocre (Leonessa)
materiale: ferro
descrizione:  spiedo con impugnatura a tortiglione ripiegata in alto in forma di ansa. Lo spiedo corto era detto, in dialetto, “schidu”, quello lungo “schidù’”. Fabbricazione artigianale
misure: l. cm. 80,5; manico: l. cm. 11, lg. max cm. 1, spess. max. mm. 5
stato di conservazione: ottimo
acquisizione: dono di Augusto Ciaglia

anno: 2007


Spiedo corto. Dalla Frazione di Ocre: l. cm. 43,5. Collezione privata    

 

Dettagli dell’impugnatura di due spiedi dalla Frazione di Ocre. Collezione privata

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Saturday, 22 March 2014 00:00

Paracenere

Paracenere – paracennere (n. i. 266)

 

provenienza: Leonessa

materiale: ferro, ottone

descrizione: antico paracenere di fabbricazione artigianale di forma semicircolare, munito di due flange alle estremità posteriori e di un pomo d’ottone sul davanti

misure: diam. max. cm 56; piattina: h. cm. 6, spess. mm. 2; pomo: diam. cm. 4

stato di conservazione: ottimo

acquisizione: dono

anno: 2016

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Saturday, 22 March 2014 00:00

Il focolare

Focolare e rituali domestici.
Alcune delle antiche usanze riguardanti il focolare nel suo ruolo di centro ideale della famiglia e luogo dotato d’una propria intensa sacralità, sono sopravvissute fino ai nostri giorni. La più significativa di esse consisteva nelle offerte che, la sera della vigilia di Natale, venivano deposte o versate sul ceppo natalizio (lu cippu) ritualmente collocato nel focolare dal padre di famiglia, o dal membro più anziano di essa.
L’offerta più diffusa consisteva nel versare sul ceppo che ardeva un bicchiere di vino accompagnando l’offerta con delle formule auguranti salute al capofamiglia come, ad esempio, la seguente:
Cippu, cippone
mòre lu cippu
e campa lu patrone.  

A compiere l’offerta era il capofamiglia, oppure il più anziano di casa. Il ceppo di Natale era scelto con cura nel bosco fin dalla tarda primavera in modo che avesse tempo per asciugare. Si preferiva il legno della quercia tagliando la parte del tronco sovrastante le radici (lu petecone). Il ceppo, per tradizione, era destinato ad ardere fino all’Epifania. Si credeva che alla vigilia del Natale, trascorsa la mezzanotte, la Sacra Famiglia entrasse in ogni casa per sostare un poco accanto al focolare domestico. Per questo, si aveva cura di lasciar libera la cucina disponendo dinanzi al fuoco due sedie, per Giuseppe e per Maria, e una piccola sedia (sediòla) per il Bambino Gesù. La cenere residua, una volta arso il ceppo natalizio, veniva sparsa nei campi coltivati, o ai piedi delle piante da frutto perché propiziasse la fertilità della terra. Lo spargimento della cenere, in genere, avveniva il giorno di  Natale al mattino. Quando la cenere era sparsa su un campo coltivato a grano (‘ranu), si usava recitare le seguenti formule accompagnandole con la recita d’un padrenostro:
‘Ranu, ‘ranittu
Si’ binidittu!
Oppure: «‘Ranu, ‘raniju mia, te pòzza satollà come me so’ satollatu/a io la sera de Natale!».

La formula seguente era recitata, molto tempo addietro, nella frazione di Albaneto:
Avant’ieri fu Natale
ieri fu santu Stefanu
oggi è san Giovanni.
La cennere pe li campi.
Addò ‘rriva la mia voce
non ce pòzza graninà,
né acqua e né vientu
nisciunu malu tiempu.
Come me satollai avanti sera io
io cuscì se pòzzano satollà li ‘rani mia,
come me satollai io ieri e dimani
cuscì se pòzzano satollà tutti li ‘rani.

Il fuoco era considerato, per sua essenza, supremo agente purificatore per questo, quando un’immagine sacra era ormai così deteriorata da dover essere smessa, in segno di rispetto veniva bruciata nel focolare domestico. Lo stesso si faceva con i ramoscelli d’ulivo benedetto nella Domenica delle Palme (le parme) quando si portavano a casa i nuovi ramoscelli. Quando le donne, specie le giovani, si tagliavano i capelli, li gettavano nel fuoco domestico per evitare che qualcuno se ne impossessasse per comporre fatture. La madre che aveva il flusso latteo troppo abbondante, premendo il seno faceva cadere tra le fiamme del focolare qualche goccia di latte. Oltre a consumare quel prodotto della donna, di per sé sacro, il fuoco agiva analogicamente sulla fonte “disseccando” la produzione eccessiva. Quando, in omaggio alla tradizione, si lavava il corpo d’un morto col vino, si gettava nel focolare il vino usato a tal fine per neutralizzare il nefasto contagio. 

Nella Valnerina, confinante con l’altopiano leonessano, quando si accoglieva in casa un animale – cane o gatto – con l’intenzione che vi si stabilisse, per far sì che si affezionasse alla sua nuova dimora e non fosse tentato di scappar via, lo si faceva girare per tre volte attorno al focolare, o  alla catena del camino. L’origine di questa pratica, diffusa anche nella Valle d’Aosta, è certamente celtica.

Quando si vegliava un defunto, per tutto il tempo in cui la salma sostava in casa era strettamente vietato accendere qualsiasi tipo di fiamma, incluso il fuoco del focolare per riscaldarsi o cucinare. In omaggio a questo tabù, risalente alle usanze della Roma precristiana, i parenti del defunto dovevano consumare cibi offerti da altri parenti, o dai vicini di casa, i quali erano stati cucinati su focolari diversi da quello della casa in lutto. In occasione delle feste dei morti, durante la notte, si usava lasciare il fuoco acceso e, sulla tavola, la conca con l’acqua e del cibo per rifocillare le anime degli antenati che tornavano a visitare i loro congiunti.

Formule per l’accensione del fuoco.
Molto tempo addietro, tra il serio e il faceto, al momento di accendere il fuoco, si usavano recitare alcune formule come le seguenti:
Pija, pija fócu,
li lépiri ce see cóciu
se cóciu su la paltriccia,
lu fócu mia s’appiccia.

Una volta acceso il fuoco, recita la formula, sul letto di steli o paglia (la paltriccia) usato per accendere la fiamma, si metteranno a cuocere delle lepri; una variante del terzo verso recita: «se cóciu su la niccia», ossia si cuociono sull’esca (niccia) sulla quale viene convogliata la scintilla che sprizza dall’acciarino. Oppure si diceva:
Pija, pija fócu,
pàritu era cócu,
màmmota se ‘ngegna,
si tu piji mettu legna.

Queste formule sono antiche: nostri informatori che hanno superato gli ottant’anni di età, le conoscono per averle sentite recitare dai loro avi.
«Più che di filastrocche scherzose, si tratta di formule propiziatorie il cui senso è espresso dal primo verso: “pija, pija fócu”; gli altri versi riguardano il fine per cui si chiede al fuoco domestico di accendersi, ossia per poter cucinare; l’ultimo verso esprime magicamente l’azione realizzata – “lu fócu mia s’appiccia”, “eccu lu fócu che s’appiccia” – oppure la promessa di nutrire il fuoco nascente – “si tu piji mettu legna” – o di alimentare la fiamma col grasso delle carni: “li lèpiri ce sse cóciu”» (Polia-Chávez 2002: 161-162).

Utensili per il focolare.
Passiamo in rassegna gli utensili aventi una diretta attinenza col focolare domestico e con gli usi del focolare.

Abbreviazioni: l. = lunghezza; lg. = larghezza; h. = altezza; diam. = diametro; spess. = spessore 

Alari (li capifóchi). L’uso degli alari in ferro battuto era diffuso soprattutto nelle famiglie più abbienti. I più poveri, ossia la stragrande maggioranza del ceto rurale d’un tempo, più che gli alari di ferro usava disporre, ai lati interni del focolare, mattoni o tronchi come supporto alla legna che ardeva.

Paracenere (paracennere). Usati allo scopo di contenere le ceneri e le braci in modo che non fuoriuscissero dal piano del focolare (aròla) i paracenere erano costruiti, in genere da fabbri locali, con piattina di ferro. La forma dei paracenere era quadrata o semicircolare. I paracenere di forma quadrata, sui due angoli anteriori, potevano presentare una piegatura aggettante sul davanti del paracenere, che aveva lo scopo di rafforzare gli angoli. Indipendentemente dalla forma, nella parte anteriore, i paracenere erano muniti di un pomo di ottone.

Oracoli del fuoco
Secondo antichissime tradizioni precedenti il cristianesimo, si attribuiva la fuoco potere divinatorio: quando la fiamma ardeva chiara e scintillante, o scoppiettava allegramente, annunciava l’arrivo d’una lettera gradita, o la visita del padrone di casa; quando borbottava, o dal legno si sprigionavano sibilando soffi di vapore, si credeva che qualcuno stesse parlando male della famiglia. In questo caso, si usava prevenire i danni prodotti dalla maldicenza e dall’invidia altrui pronunciando formule come la seguente:
Chi ce mintua e ce merlengua
ce mittisse li piedi, lu capu e la lengua. 

Ossia: “Chi pronuncia il nostro nome (ce mintua) e sparla di noi (ce merlengua) possa bruciare in questo fuoco i piedi, la testa e la lingua”. Quando le braci non splendevano chiare e brillanti e si riducevano presto in cenere, significava che in breve le condizioni atmosferiche sarebbero peggiorate.

La legna da non ardere.
Sebbene Leonessa sia circondata da imponenti estensioni boschive, non tutta la legna era ritenuta adatta ad alimentare il focolare domestico. Ciò non derivava solo dal potere calorico sviluppato dai vari tipi di legno ma dalla natura sacra, o nefasta di alcuni alberi. Ad esempio, si evitata con ogni cura di alimentare il fuoco del focolare col legno del sambuco pena la sterilità delle galline le quali non avrebbero più deposto uova, o, addirittura, pena la morte della madre di famiglia. Secondo una credenza popolare, assai diffusa in Abruzzo e conosciuta in molte parti d’Europa, si credeva che Giuda si fosse suicidato impiccandosi a un albero di sambuco. Sebbene, oggi, nessuno dei nostri informatori leonessani ricordi la relazione sambuco – Giuda, è ipotizzabile che anche sul nostro altopiano, un tempo, questa leggenda fosse conosciuta. Ugualmente nefasto era ritenuto ardere nel focolare il legno dell’acero campestre (Acer campestris) perché, secondo una leggenda, durante la fuga in Egitto un arbusto di acero campestre (oppiu) avrebbe offerto riparo a Maria e al Bambino riparandoli dai fulmini. Si credeva per questo che il legno di quest’albero fosse refrattario al fuoco. Un detto ammoniva: «J’oppiu, casa ‘mpiccia e fòcu smorza».

Era assolutamente proibito ardere nel focolare domestico i vecchi gioghi da buoi pena l’isterilirsi dei campi. I gioghi inutilizzabili dovevano essere sotterrati, mai arsi. Così pure si evitata d’indurire al calore del fuoco i gioghi nuovi perché quel calore sarebbe risultato dannoso al collo delle bestie da tiro. Si evitata con ogni cura d’introdurre in casa tizzoni semicombusti trovati per via provenienti da focolari estranei: si credeva che se uno di quei legni avesse arso nel focolare domestico avrebbe provocato la morte del capofamiglia. I carboni o i legni provenienti da falò sacri, come quelli accesi la notte della vigilia della festa di S. Antonio abate, o quelli accesi nella notte della traslazione della Santa Casa di Loreto (“la Venuta”) erano gettati tra le fiamme del focolare domestico.

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Wednesday, 22 January 2014 00:00

Attizzatoio, paletta e molle

Attizzatoio (suffiaturi). L’attizzatoio più usato a Leonessa è “lu suffiaturu”: un tubo di ferro, chiuso a martello a un’estremità e munito di foro, nel quale si soffiava sul fuoco per ravvivarlo. Oltre a normali tubi di ferro, spesso si usavano le canne di fucili ottocenteschi ad avancarica – come nell’esemplare custodito nel nostro Museo – trasformate tagliando la parte estrema della culatta, ribattendo a caldo l’estremità e praticando un foro in quella che era la camera di scoppio.    

Attizzatoio – suffiaturu (i. n. 263)

provenienza: Leonessa
materiale: ferro
descrizione: attizzatoio ricavato dalla canna di un fucile ad avancarica dell’Ottocento
misure: l. cm. 78,5; calibro interno della canna mm. 16
stato di conservazione: buono
acquisizione: dono Marcello D’Antonio

anno: 2003


Paletta da fuoco (fessóra). La paletta da fuoco, in lamierino di ferro piegato su tre lati, era munita di manico anch’esso di ferro, sovente lavorato a tortiglione, desinente nella parte terminale in un piccolo pomo, o in un gancio, o in un manico di legno.
Oltre che per gli usi consueti riguardanti la gestione del focolare domestico, la paletta da fuoco era impiegata per alcune operazioni di carattere apotropaico: prima di andare a dormire, si ricopriva la brace con una coltre di cenere in modo che si conservasse accesa per tutta la notte; dopo aver eseguito l’operazione, sulle ceneri si tracciava con la paletta una croce per tener lontane le entità malefiche che, col favore delle tenebre, avessero tentato d’entrare in casa. Fra di esse, le temute sdreghe le quali, nottetempo, s’introducevano nella stanze immerse nella meritata quiete del sonno per suggere il sangue dal corpo dei neonati. Al momento di tracciare la croce sulla cenere, si usavano recitare speciali formule, come la seguente:

Tutti l’angeli su pe’ casa
e lu diavulu sott’a la bracia.

L’altro impiego “rituale” della paletta da fuoco, specie nella tarda primavera o all’inizio dell’estate, aveva luogo nell’imminenza di un temporale, o d’una grandinata che avrebbe potuto compromettere in modo irrimediabile il raccolto ormai prossimo. Per stornare l’incombente calamità, oltre a recitare formule che invocavano l’aiuto dei santi (specie di S. Barbara protettrice dal fuoco celeste) si usava riempire di brace ardente la paletta del focolare disponendovi sopra delle foglie d’ulivo benedetto nella Domenica delle Palme e/o un pezzetto di candelina della Candelora. Si lasciavano bruciare questi ingredienti in modo che il fumo benedetto salisse verso le nubi.
Quando, durante la notte, si udiva la civetta lanciare il suo lamentoso richiamo, si brandiva la paletta da fuoco in direzione del temuto strigide, ritenuto araldo della morte, pronunciando la seguente formula:

Commà’, pàssame la fessóra
pe còce’ ‘l culu a chi canta a quest’ora.

L’usanza leonessana trova puntuale riscontro con un’analoga usanza in voga nella Campagna Romana e nella Roma papalina.


Molle da fuoco (majòle). Le più elaborate, e anche le più antiche, avevano le due parti mobili in tondino di ferro spianato a caldo col martello nel punto d’unione, in modo da fungere da molla. Le parti mobili della molla da fuoco terminavano in due estremità, anch’esse appiattite a martello in modo da facilitare la presa.
A volte, allo scopo di tener lontane le influenze nefaste, prima di concedersi il riposo notturno, si usava disporre in croce sul piano del focolare la paletta e le molle: il potere apotropaico del ferro assieme a quello del sacro segno della Passione avrebbero assolto in modo efficace la loro funzione garantendo la sicurezza della casa e del nucleo domestico.

 

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Wednesday, 22 January 2014 00:00

Graticole

Graticole (craticole).
La graticola tradizionale leonessana per uso casalingo era di ferro, costruita artigianalmente. Munita di un manico piatto, fornito di gancio per appenderla quando non era in uso, e di quattro piedi, veniva appoggiata sul piano del focolare, già molto caldo, cosparso di brace.

L’uso dell’arrosto sulla brace avveniva in special modo in occasione di eventi festivi, oppure nel periodo in cui veniva macellato il maiale, o una pecora e v’era abbondanza di carne fresca. La cottura della carne sulla graticola è da considerarsi, comunque, un costume celebrativo non facente parte della quotidianità. Oltre alla carne di maiale, sebbene più raramente, sulla graticola si cuoceva la pecora per la quale si preferiva piuttosto la cottura nel paiolo.
Sulla graticola si preparava anche “la panonta”: fette di pane sulle quali si lasciava colare il grasso del guanciale (barbazza) fino a intriderle completamente. Sul pane, una volta unto in abbondanza col grasso fuso, si adagiavano le fette abbrustolite del guanciale.
Le fette di polenta avanzate da un pasto precedente potevano essere abbrustolite sulla graticola, oppure fritte con lo strutto in padella.
Nella cucina tradizionale leonessana la cottura delle verdure grigliate non era praticata.

graticola di fabbricazione artigianale: tipologia generale

Graticolacraticola (n. i. 90)

provenienza: Villa Bigioni
materiale: ferro
descrizione: la graticola si compone di una piattina di ferro che funge anche da impugnatura, assottigliata e ripiegata ad asola nell’estremità superiore, la quale passa al centro della griglia di cottura. Questa è formata da due piattine di ferro, ortogonali alla piattina centrale e parallele tra esse, fissate da quadrelli di ferro – tre a destra e tre a sinistra della piattina centrale – assicurati mediante rivetti. Le due piattine sono ripiegate ad entrambe le estremità le quali fungono da piedi. Fabbricazione artigianale
misure: l. tot. cm. 67,3; piano di cottura: cm. 31 x cm. 28,5; piattina centrale: lg. cm. 2,2 spess. medio mm. 3; quadrelli: mm. 6
stato di conservazione: buono
acquisizione: dono

anno: 2003
bibliografia: Scheuermeier 1996, II: 183

 

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