Museo Civico di Leonessa (Ri)   -   (+39) 0746-923212

Questa sezione conterrà i documenti speciali

Dal reperto museale al vissuto
Attraverso l’illustrazione dei  reperti museali della Sezione Demoantropologica, il Museo Civico di Leonessa, si propone di guidare il visitatore alla conoscenza delle tradizioni della società rurale dell’altopiano leonessano. A questi oggetti, muti testimoni della vita quotidiana, il nostro Museo si propone di dare un significato e una voce. Un reperto museografico non è solo il prodotto di una tecnologia: è espressione di una cultura che, oltre a usare l’oggetto per i fini cui è destinato, annette al medesimo valenze e significati che spesso esulano dall’uso pratico e dalla fisicità dell’oggetto stesso. Daremo di seguito alcuni esempi tratti dalle tradizioni locali.

Per la costruzione di un aratro a trazione animale, non era ritenuto sufficiente conoscere il tipo di legno da impiegare nelle varie parti dell’aratro: occorreva tagliare la pianta tenendo presenti le fasi lunari e l’epoca dell’anno per garantire al legno una durata ottimale. Oltre ad essere lo strumento mediante il quale si ricavava il grano per il pane quotidiano, l’aratro possedeva un proprio archetipo attinto alle leggende agiografiche: l’aratro di S. Isidoro protettore degli agricoltori, manovrato dagli angeli mentre il santo pregava. La croce formata dall’accoppiamento aratro–giogo, conferiva all’attrezzo agricolo una valenza sacrale la quale si traduceva in un atteggiamento di rispetto nei confronti del medesimo, o nell’osservazioni di certi tabù.
Il giogo da buoi, oltre all’uso ad esso pertinente, era utilizzato anche ad altri fini: per far sì che un cucciolo di cane da pastore cresca forte e coraggioso, lo si faceva passare nell’anello di ferro destinato ad alloggiare la bura dell’aratro o la stanga del carretto. L’origine di quest’usanza, un tempo diffusa nell’arco alpino, risale direttamente alla cultura celtica. Quando un moribondo stentava a morire e soffriva un’agonia lunga e dolorosa, per facilitare il trapasso gli si metteva sotto il cuscino un giogo: se si fosse trattato d’un castigo di Dio per aver spostato durante l’aratura i confini del proprio campo (“li tèrmini”) a scapito del vicino, l’agonia sarebbe risultata più breve. Una volta divenuto inutilizzabile, il giogo dei buoi non era arso, ma ritualmente sepolto.
La madia in cui si preparava e conservava il pane, era anche usata per guarire i neonati figli d’una madre che durante la gravidanza aveva mangiato carni di animali azzannati dal lupo trasmettendo al feto un “veleno” che rendeva il neonato “allupito”: rabbioso, aggressivo e insonne come il predatore notturno. 
Gli attrezzi di ferro usati per il focolare domestico – la catena da fuoco, la paletta, le molle – quando il maltempo minacciava il raccolto, venivano gettati sull’aia per scongiurare grandinate e temporali.
L’umile ramazza domestica, posta capovolta dietro l’uscio, assurgeva al ruolo di potente amuleto che impediva le irruzioni notturne delle “sdreghe”. Come la ramazza, altri manufatti – il ferro di cavallo, l’asse della macina del mulino – erano usati come amuleti perché dotati del potere derivante dagli innumerevoli movimenti compiuti da questi ed altri oggetti. In virtù del privilegio dell’innumerabilità, difendevano la persona o la casa dai malefici in quanto il malintenzionato o la strega, per compiere il maleficio avrebbe dovuto contare esattamente i fili di saggina della scopa, o conoscere senza sbagliare quante volte un vecchio ferro da cavallo aveva colpito il terreno, oppure quante rivoluzioni aveva compiuto l’asse del mulino dal quale si era prelevata una scheggia da usare come amuleto.  

Tradizioni popolari e mos maiorum
Chi aveva, in cielo o in terra, promulgato questa legge? Quando? Dove? Non lo si sa con certezza ma, quasi due millenni addietro, Catullo esortava l‘amante di turno a dargli mille baci e mille ancora in modo che gli invidiosi, non potendo conoscerne il numero esatto, non avrebbero potuto nuocere alla coppia. Alcune tradizioni, sovente liquidate come “superstizioni popolari”, possiedono una loro “dignità” storica che lo studioso di tradizioni popolari non solo non può trascurare ma, al contrario, è tenuto a porre debitamente in evidenza.
Alcuni oggetti rimandano a contesti culturali pre-cristiani, come la collana di corallo, ambito dono di fidanzamento e ornamento muliebre da esibire nei giorni di festa, la quale funzionava da amuleto contro l’invidia, magari del “vestito buono” o delle scarpe tirate a lucido per l’occasione. Il corallo indossato dalle nostre paesane svolgeva questa funzione ereditata dalla rossa pietra marina (gorgonia) formatasi, secondo il mito, dal sangue della Gorgone decapitata da Teseo.
L‘uso rituale di fave a novembre, durante l’Ottavario dei Defunti, rimanda ad antichissimi contesti mediterranei greco-romani. Il consumo di minestre di legumi in prossimità del Natale continua antiche usanze osservate nell’antica Roma nel corso dei Saturnalia.
L’uso di gocce d’olio d’oliva versate nell’acqua dalle nostre nonne per diagnosticare la presenza del malocchio, ha origine nell’antica Mesopotamia dove più di tremila anni addietro uno specialista in lacanomanzia, chiamato “baru”, eseguiva la stessa pratica al medesimo scopo.
Le massaie, ancora oggi, non metterebbero mai sotto la chioccia per la covata un numero pari di uova e alcune di esse piazzano ancora sotto la paglia un pezzo di ferro per proteggere la fecondità delle uova dal sinistro potere del tuono. Le medesime precauzioni sono contenute nella Naturalis Historia del naturalista romano Plinio, passato a miglior vita durante l’eruzione che seppellì Pompei. È da escludere, però, che le nostre massaie abbiano mai letto una sola pagina dell’opera di Plinio.
I colpi di fucile sparati un tempo dai nostri contadini contro le nuvole gravide di grandine continuavano un’usanza dei Goti i quali, nelle medesime circostanze, usavano scagliare frecce contro i nembi, usanza immortalata dalla xilografia che correda l’opera di Olao Magno sulle genti del nord (1555). Entrambe le usanze rimandano all’idea delle “spiritales nequitiae”, già formulata da s. Paolo, secondo la quale responsabili dei flagelli atmosferici sono i dèmoni occulti nei nembi.
Abbiamo citato solo alcuni dei numerosissimi esempi possibili, sufficienti però a far intendere come sia impossibile separare il reperto museale dall’universo culturale cui esso appartiene e dal quale è stato prodotto. La ricerca antropologica deve, dunque, tener presenti sia le espressioni materiali della cultura oggetto di studio che il corrispettivo “valore immateriale” in esse racchiuso: la visione del mondo propria a quella cultura.
Conoscere il pensiero di chi ha prodotto o ha usato l’oggetto permette di comprendere appieno il reperto museale nella sua funzione più autentica: quella di testimone. Altrimenti, nella sua nuda materialità, il reperto resterebbe muto e sarebbe ridotto a un fossile culturale. A un guscio privo di contenuto, oggetto di passeggera curiosità da parte del visitatore.
Nei moderni programmi di museografia è stato detto e ripetuto che il museo deve avere una vocazione didattica: deve permettere al visitatore disposto ad apprendere di concludere il suo percorso con qualche idea in più (e magari con qualche pregiudizio in meno). Il Museo Civico di Leonessa, nel suo piccolo, sta cercando di realizzare questo importante obiettivo. 

Programma e metodo
Il catalogo ragionato delle nostre collezioni sarà edito in varie sezioni:
1.     La casa e le attività domestiche
      a. la casa rurale
      b. la preparazione degli alimenti
      c. trasporti domestici
      d. il lavaggio della biancheria
      e. i vestiti

2.   I mestieri e le arti femminili
      a. filatura
      b. tessitura
      c. ricamo

3.     L’agricoltura
4.     Allevamento e pastorizia
5.     Fede e devozioni religiose

Ognuna delle sezioni è soggetta ad aggiornamenti periodici in quanto destinata a includere la presentazione di nuovi reperti, mano a mano che questi entreranno a far parte della nostra collezione museale, o saranno acquisiti nel corso delle nostre ricerche etnografiche.

Gli “Approfondimenti”, posti alla fine di questa sezione, intendono introdurre il visitatore alla conoscenza degli aspetti più peculiari delle tradizioni locali, aspetti che costituiscono il retroterra culturale dei reperti museali più significativi.

Per quanto riguarda il nostro criterio di ricerca, il Museo Civico interagisce attivamente con la popolazione locale la quale, gratuitamente, fornisce i reperti da esporre: strumenti usati un tempo dal donatore, o dai suoi antenati. In questo modo, oltre all’oggetto, siamo in grado di conoscere la storia del medesimo per bocca di chi se ne è servito nella vita quotidiana, o ne conosce perfettamente l’uso.
Non solo, la presenza nelle sale museali di ricordi aviti – ognuno dei quali reca il nome del donatore – vincola affettivamente le famiglie al Museo. Ciò ci permette di raggiungere uno dei nostri scopi principali: non sradicare il Museo dal territorio trasformandolo in un’entità lontana dai sentimenti e dall’attenzione della gente del luogo.
La popolazione di Leonessa, inoltre, collabora validamente al recupero del “patrimonio immateriale” fornendo dati riguardanti usi e tradizioni. I ragazzi della locale scuola media, previo un seminario introduttivo,  hanno partecipato al recupero capillare dei dati con risultati eccellenti e hanno imparato a conoscere le tradizioni dei loro padri. Le sistematiche interviste ai vecchi protagonisti della vita rurale, registrate su supporto magnetico, forniscono prezioso materiale col quale, in più di un decennio di ricerche, siamo stati in grado di formare un consistente archivio che custodisce il “patrimonio immateriale” delle nostre genti: la loro identità culturale plasmata, secolo dopo secolo, nello svolgimento d’un percorso che fa di Leonessa un archivio della storia d’Europa.  

La pratica del “museo diffuso
Per quanto riguarda il criterio di selezione degli oggetti, oltre ai reperti custoditi nel nostro Museo, abbiamo ritenuto utile estendere la nostra scelta anche a oggetti significativi custoditi in collezioni private, o conservati nelle case di famiglie locali, nelle stalle, nei magazzini agricoli. In questo modo, abbiamo creato un “museo diffuso” che estende lo studio e l’esposizione a una vasta gamma di reperti. Così facendo, si giunge a conoscere meglio il patrimonio materiale senza ingombrare gli ambienti dedicati all’esposizione museale. Inoltre, non spostando gli oggetti dal luogo in cui sono custoditi, si rispetta e valorizza l’affetto che i nostri compaesani provano nei confronti degli antenati e dei loro ricordi.
Dal punto di vista etnografico, offrendo  la fotografia  e se occorre il disegno; stilando la descrizione accurata dell’oggetto; recuperando i dati concernenti l’uso dello stesso, si ottengono comunque dati validi per la scienza. Per quanto riguarda l’esposizione in questa sezione, dei reperti custoditi nel Museo, oltre all’immagine, si riporta una tabella con la scheda museografica. Per gli oggetti non appartenenti al Museo, l’immagine è corredata da brevi didascalie.

Sul nostro altipiano popolato da genti umbro-sabine, dopo la caduta dell’impero romano, si sono succeduti popoli appartenenti a culture germaniche quali i goti, i longobardi, gli svevi, i franchi. Leonessa / Gonessa è stata fondata nel 1278 dagli angioini. Dal XV secolo, con l’avvento degli aragonesi, ha subito l’influenza della cultura ispanica. Tracce evidenti di queste stratificazioni culturali si rinvengono nel dialetto e nei costumi del nostro altopiano. Ecco, dunque, che la ricerca demo antropologica diviene anche ricerca linguistica, storica e storico-religiosa. 

 

L’Esposizione Archeologica Permanente “Nahar” e le campagne di scavo 
La costituzione, inoltre, di una Esposizione Archeologica Permanente nel nostro spazio museale, inaugurata nell’agosto del 2016, e la prosecuzione delle ricerche iniziate nel 2001 con la scoperta di una tomba sabina a camera del II-I sec. a.C., inaugura un altro fecondo campo d’indagine volto alla ricostruzione dell’inesplorato passato di questo antico territorio.

Pagina in costruzione

Il Museo Civico Città di Leonessa è ospitato in un edificio di rilevante importanza storica e architettonica: l’ex-Convento annesso alla Chiesa di San Francesco appartenuto dalla fine del Duecento fino al 1809 ai Frati Conventuali dell’Ordine Francescano. Chi visiterà il Museo vorrà cogliere l’occasione per visitare anche l’ex-Convento per cui  un’introduzione storica – anche se ridotta ad alcuni cenni – tornerà certamente utile.

Il primo nucleo di francescani a Gonessa. Il re Carlo d’Angiò, non appena fondata Gonessa (oggi Leonessa) il 16 luglio del 1278 – forse in conseguenza della profonda considerazione che la corte angioina nutriva nei confronti del giovane Ordine francescano – fece stabilire nella città il primo nucleo di Frati Conventuali. È anche probabile che, approfittando della nuova, favorevole congiuntura politica creatasi con la sconfitta subita dagli Imperiali nella battaglia di Tagliacozzo (23 agosto 1268), l’uccisione di Corradino per ordine di Carlo d’Angiò (29 ottobre 1268) e la fine del dominio svevo sul territorio leonessano, contando con l’appoggio angioino, l’Ordine stesso abbia giudicato opportuno essere presente a Gonessa coi suoi frati.

Non si hanno notizie esatte circa la data dell’insediamento dei primi Conventuali nella città, si ha però notizia della morte di uno di essi nel 1283 e di quella di altri due frati due anni più tardi. 

L’antica Chiesa di Santa Croce, poi Chiesa di S. Francesco. Prima ancora della costruzione dell’attuale Chiesa di S. Francesco – ossia in data anteriore al 1285 – ed ancor prima che, nell’area attigua, fosse costruito il convento ad essa annesso, esisteva una chiesa precedente la nascita di Gonessa. Forse di fondazione vescovile, la chiesa era gestita dal clero che aveva in cura le anime dell’antico villaggio di Ripa di Corno ubicato in prossimità dell’omonimo castello. L’edificio, di dimensioni modeste, corrispondeva all’antica Chiesa di Santa Croce, sede dell’omonima Confraternita ancor oggi attiva a Leonessa. È molto probabile che, nei pressi della chiesa più antica, sorgesse anche una piccola pieve in cui i primi Conventuali trovarono alloggio al momento del loro insediamento e fino a quando il Convento non venne edificato. 

Dopo la costruzione della Chiesa di S. Francesco, che era più corta dell’attuale, la chiesa primitiva rimase agibile per oltre due secoli e venne probabilmente utilizzata come oratorio della Confraternita. Nel Cinquecento, furono accorpati alle antiche strutture tre nuovi ambienti.  

Recenti lavori di restauro hanno permesso di riportare alla luce una serie di importanti affreschi eseguiti nel periodo che va dal XIII al XV secolo. Alcuni di essi raffigurano scene della Passione; una “Comedia” figurata rappresenta l’inferno e le pene cui sono sottoposti i dannati; un “Paradiso” di scuola, o d’ispirazione giottesca, di ottima fattura ed altri motivi uno dei quali ricorda il miracolo della “Madonna dell’Olivo”, avvenuto ad Assisi nel 1399. Tra le figure che compaiono negli affreschi della chiesa antica, sono notevoli quelle dei “Bianchi” flagellanti: movimento penitenziario originario della Provenza, fiorito nel sec. XIV, diffusosi in seguito anche nell’Italia centrale. 

La prima fabbrica della Chiesa di S. Francesco ed annesso convento. I lavori di costruzione del convento furono iniziati poco prima del 1285.  L’area occupata dal convento più antico, meno estesa di quella del convento posteriore, occupava probabilmente la porzione di territorio corrispondente al patio di quest’ultimo.  

«Il bisogno della creazione di un convento francescano nel nuovo nucleo derivava dalla necessità di creare un riferimento per la popolazione di un centro di culto religioso importante e di un faro di assistenza, di cultura e di studio. I Conventuali erano un Ordine che, in breve, si era posto all’avanguardia nei suoi impegni pastorali per essere coinvolto quotidianamente nei problemi della gente, per essere ricercato per i suoi specialisti nel campo delle scienze delle costruzioni, della liturgia, delle lettere e del diritto tanto da essere interpellati dai comuni nella formulazione delle leggi, di statuti e organizzazioni di assemblee politiche. Ovunque erano chiamati come testimoni, come pacieri e a loro fu affidata nei primi tempi l’inquisizione del Regno per la rettitudine e la pietà nei loro giudizi. Non da meno avevano legami con le aristocrazie locali come i Camponeschi e i Lavareto nelle cui terre vi fu un fiorire di conventi come a Posta, Antrodoco, Poppleto e Barete». (Zelli, Mauro. Gonessa. Nascita di una comunità nel XIV secolo. Roma: Museo Città di Leonessa). 

Nel 1285, il vescovo di Rieti Pietro Gerra pose la prima pietra dell’erigenda Chiesa di S. Francesco la cui costruzione sarebbe stata terminata circa dieci anni più tardi. La nuova fabbrica venne eretta nei pressi della primitiva Chiesa di Santa Croce. Probabilmente, sul lato maggiore dell’edificio correva un lungo porticato che, oltre ad offrire a fedeli  e passanti la necessaria protezione contro le intemperie, specie durante il rigido inverno leonessano, aveva anche il compito di raccordare i due edifici, l’antico ed il nuovo. Il 7 gennaio del medesimo anno, si spense a Foggia Carlo d’Angiò. La Chiesa di Santa Croce, dopo la costruzione della nuova chiesa, retrocesse dapprima al ruolo di cappella sotterranea, quindi fu usata come scantinato ad uso del convento.  

La prima fabbrica della Chiesa di S. Francesco, in origine, doveva essere composta da un’unica navata secondo i canoni francescani miranti alla massima semplicità e funzionalità che presiedevano alla costruzione delle cosiddette “chiese-fienili” dell’architettura mendicante umbro-toscana. La chiesa era coperta da un tetto a capriate e presentava un’abside (forse poligonale) rivolta verso oriente. L’orientamento generale dell’edificio, d’accordo ai canoni romanici, era rivolto verso Oriente, con entrata a Occidente a simboleggiare il passaggio dalla morte alla vita eterna.

Nel 1298, il 30 di novembre, e quindi ai primi di dicembre del 1315, due forti terremoti (il primo di magnitudo 6.2) lesionarono e in parte distrussero sia la Chiesa di S. Francesco che l’annesso convento. L’erezione del portale della chiesa risale forse al periodo successivo al terremoto del 1315. Il portale, a sesto acuto, è ornato nella strombatura da una serie di tre colonnine lisce e a tortiglione. Il rosone originario, purtroppo, è privo dell’antica raggiera, crollata forse in occasione di uno dei frequenti terremoti.

I nuovi lavori di ricostruzione. Nel 1396, sotto il governatorato dei Trinci, signori di Foligno, contando anche con la disponibilità di denaro da parte dei Conventuali di Gonessa proveniente dalla numerose e cospicue donazioni, il chiostro del convento, danneggiato dai due successivi terremoti, venne ricostruito ed ampliato.

In quell’occasione vennero riutilizzate, su due lati dell’ordine superiore delle arcate del nuovo chiostro, colonnine e capitelli appartenuti alla precedente struttura conventuale. I capitelli riutilizzati nella nuova fabbrica sono veramente notevoli per il repertorio figurativo fra cui spiccano: il motivo dell’“Agnus Dei”, presente anche sull’architrave del portico della Chiesa di S. Francesco; figure di guerrieri; figure di uccelli e di animali; simboli geometrici.

Nel medesimo periodo, venne allungato il corpo centrale della Chiesa di S. Francesco con l’aggiunta della navata sinistra; furono costruite le absidi e il campanile. I lavori si protrassero per circa un cinquantennio. È probabile che la ricostruzione e l’ampliamento della chiesa procedesse di pari passo con quella del convento: questo contribuirebbe a spiegare il perché della lunga durata dei lavori di ampliamento e ricostruzione nonostante la disponibilità di fondi. 

Nel 1446 la ricostruita Chiesa di San Francesco venne solennemente consacrata dal vescovo di Spoleto Sagace Conti. Il papa Bonifacio IX elargì alla chiesa il permesso di seppellire al suo interno i fedeli defunti. Nello stesso anno fu realizzata la cappella che, agli inizi del ‘500, avrebbe ospitato il celebre Presepe policromo di scuola abruzzese. Per realizzare questa nuova struttura, purtroppo, venne tagliata la volta della primitiva chiesa sottostante. 

Nel 1454, in seguito ad un terremoto che in quell’anno ne danneggiò parzialmente le strutture, il convento venne ulteriormente ampliato. Il terremoto del 1454 danneggiò anche la chiesa inferiore che, dopo di allora, venne in parte adibita a luogo di sepoltura.

Nel 1522 la facciata della chiesa venne terminata, o furono eseguiti dei lavori di restauro della medesima ad opera del maestro Antonio d’Antonio di Cola Piovano.

Nel 1539 iniziò la costruzione della nuova torre campanaria la cui parte sommitale, peraltro, non venne terminata e rimane tuttora incompiuta. 

Il Convento di S. Francesco e la Duchessa Margherita d’Austria. Con un privilegio datato 17 marzo del 1539 l’imperatore Carlo V della Casa d’Asburgo concesse alla sua figlia naturale, la Duchessa Margherita, la città di Leonessa come dote per le nozze con Ottavio Farnese, nipote del papa Paolo III, avvenute l’anno precedente. 

Nel 1550, con una speciale dispensa papale, nella parte della struttura conventuale prospiciente il fiume Tasceno, o Corno  (l’antico Nahar dei Sabini), venne realizzata la magione della Duchessa Margherita d’Austria la quale aveva scelto il Convento di S. Francesco a sua residenza durante le sue permanenze a Leonessa. Una delle sue stanze è stata dedicata alla Sezione Arti Femminili del Museo.

Margherita d’Austria amò molto Leonessa, ne trasformò l’assetto urbanistico e le strutture architettoniche degli edifici tanto che il vecchio borgo, che ai tempi della Duchessa doveva ancora conservare molte delle sue caratteristiche medievali, divenne un’elegante cittadina rinascimentale. I rapporti fra la popolazione locale e Margherita – “La Madama” come la chiamavano e la chiamano i leonessani – furono eccellenti.

A questo riguardo, in un documento dell’epoca, trascritto ai primi del Seicento dal notaio Giovambattista Ciucci e conservato nel Museo, si legge:

Li benefici et fauori che questa Patria continuamene há riceuuti dall’infinita bontà di V(ostra) S(ignoria) I(llustrissima) ne fá piú animati a domandargli gratia in ogni occorrenza di questo Popolo, non hauendo ella mai negatoci cosa, che da noi giustamente sia stata dimandata”.

Nel 1559 un nuovo terremoto interessò l’altopiano leonessano, ma non si hanno notizie riguardanti danni significativi alle strutture architettoniche. 

Le lunette del chiostro furono affrescate con scene tratte dalla vita di S. Francesco d’Assisi. Un primo ciclo d’affreschi risale al 1573. Nel 1609 i Confratelli di Santa Croce commissionarono un altro ciclo d’affreschi. Sotto alcuni di essi possono ancora leggersi i nomi dei committenti. 

Il 18 gennaio del 1586 la Duchessa Margherita d’Austria muore lasciando, nel testamento, tutti i suoi possedimenti nel territorio leonessano alla città di Leonessa.

Nel 1639 un altro terremoto danneggiò, in modo non grave, i complessi architettonici della chiesa e del convento. Nella prima metà del ‘600, sopra l’altar maggiore della Chiesa di S. Francesco, venne eretto il monumentale Tabernacolo architettonico in legno dorato a tre ordini sovrapposti.

Dal sec. XVIII ai nostri giorni. Il terribile terremoto del 1703 (magnitudo 6.7) rase al suolo diversi villaggi, uccise 800 persone soltanto sul suolo leonessano e danneggiò gravemente anche la Chiesa di S. Francesco provocando il crollo delle absidi e del tetto a capriate. Quest’ultimo venne sostituito con una volta a botte unghiata. Il terremoto danneggiò anche il convento. In quell’occasione, parte degli ex-appartamenti di Margherita d’Austria andarono distrutti e non vennero più ricostruiti.

Nel 1809, in applicazione delle leggi napoleoniche, il re di Napoli Gioacchino Murat espropriò il Convento di S. Francesco espellendone i frati e trasferì l’antica biblioteca conventuale a Napoli, forse smembrandola. Da quella infausta data, di quei preziosi volumi raccolti e conservati dai frati nel corso di cinque secoli di vita conventuale, si perdono le tracce.

Nel 1839 l’ex-convento venne trasformato in gendarmeria ed accolse, nella parte superiore, un carcere femminile assieme ad un piccolo appartamento per il custode. La parte inferiore dell’ex-convento fu adibita a carcere maschile. La destinazione dell’edificio a complesso carcerario rimase tale fino agli inizi degli anni cinquanta del secolo scorso alternando questa funzione con quella di scuola e deposito comunale. Fino a quando Leonessa fece parte del Regno di Napoli, nel carcere locale erano reclusi soltanto i rei di delitti minori: i colpevoli di crimini più gravi erano invece trasferiti alla Fortezza di Spoleto.

Nel 1950 il refettorio dell’ex-convento, che oggi ospita la Sezione Virtuale del Museo Demoantropologico, venne adibito a cinema. L’uso del locale rimase inalterato per quasi un trentennio.

Il terremoto del 1979 danneggiò gravemente la Chiesa di S. Francesco e anche l’ex-Convento. Nel 1982 iniziano i lavori di restauro e ristrutturazione dell’ex-Convento di S. Francesco. Terminati i lavori nel chiostro e negli ambienti del primo e secondo piano, nel mese di agosto del 2003, viene inaugurata dal Sindaco Avv. Paolo Trancassini la prima area del Museo Civico Città di Leonessa corrispondente al Museo Demoantropologico, Sezione Virtuale.

 

Le cripte del convento, dove un tempo era in funzione un Monte Frumentario, ospitano l’Esposizione Archeologica Permanente che custodisce i reperti provenienti dagli scavi effettuati e da effettuare nel territorio.

Questa sezione è in costrizione.

  

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